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DAN PETERSON

“Nel 1962 sono diventato maestro di educazione fisica e storia. E poi, tutto basket, sempre basket. Il lavoro dell’allenatore è quello di vendere il suo prodotto, il suo stile, convincendo i giocatori a comprare ciò che lui vende, la sua mentalità, le sue indicazioni.In contropiede, tu, playmaker, ti devi fermare sulla riga di tiro libero e fare palleggio arresto e tiro”.

KIM HUGHES

In America noi giochiamo nei playground dove il basket è giocato nella sua essenza. Abbiamo imparato a giocare senza un allenatore. Ho capito subito -- se un gruppo gioca per la squadra può battere una squdra più forte che non gioca per la squadra -- In Italia i giocatori sono meno forti rispetto a gli anni 80/90' perchè non ci sono i campi dove i giocoatori possono giocare, capire e vedere come si deve fare qualcosa insieme senza un allenatore, solo perchè loro amano la Pallacanestro.

DINO MENEGHIN

Era l'inverno a cavallo tra il 1962 e il 1963, a Varese c'erano i campionati studenteschi di pallacanestro. Anche la mia scuola vi partecipava e l'allenatore dei cestisti era il professor Nicola Messina, che lavorava anche per la Ignis. Andai a tifare assieme a un caro amico, Giancarlo Spissu. Bene, eravamo lì a fare macello e dal momento che ero già un metro abbondante più alto degli altri, Messina non mancò di notarmi. "Ehi, ma tu hai mai giocato a basket?" mi domandò a bruciapelo. Risposi balbettando un "No, non ho mai provato...". Neppure il tempo di biascicarlo ed ecco l'ordine: Allora, prova a correre. Sì, fammi vedere come corri. Tieni pure addosso il cappotto...". Non mi misurò nemmeno, però voleva che corressi con il cappotto! Feci due o tre volte l'avanti-indietro per la palestra, quindi emise il verdetto: Va bene, basta così. Torna domani pomeriggio con le scarpe da basket: comincerai subito gli allenamenti.

HUGO SCONOCHINI

“Vincere con la nazionale è qualcosa che non ha prezzo.     Per ogni giocatore argentino indossare la maglia della nazionale è un grande orgoglio e questo attaccamento si trasferisce anche nelle squadre di club, ci spinge a dare sempre il massimo”.

CHARLIE RECALCATI

Soprattutto in una carriera lunga come la mia non si può pensare che un metodo vada sempre bene, a prescindere da chi hai in squadra e dal momento.

E' l'errore più grosso.

L'allenatore deve saper adeguarsi al contesto, l'evoluzione

deve essere

sua

ALBERTO BUCCI

«Avrei potuto prendere Sasha e dirgli: tiri solo quando sei libero. Lo avrei costretto a pensare. E pensando avrebbe perso tutta la cattiveria, l’istinto del killer, la rabbia di ammazzare la partita. il principale protagonista è e deve essere il giocatore, perciò prima di una partita i miei discorsi durano meno di 10 minuti.

TONINO ZORZI

“Ho sempre amato la transizione. Ho sempre pensato – come dicevano gli allenatori americani di una volta che frequentavo durante l’estate – che sia meglio prendere gli avversari con le braghe calate, quando rientrano dopo avere segnato un canestro: quello è il momento in cui cercare di colpirli.

STEFANO ATTRUIA

La pallacanestro mi ha insegnato il ritmo della vita. Cammino per strada con i miei figli. Sento in lontananza quel rumore che ho nelle vene, nel sangue, nel sistema nervoso.

Mi volto.

Alcuni ragazzi vanno al campetto palleggiando per strada. Oggi li seguo e così fanno i miei ex compagni di tante battaglie.

Central Park, Don Bosco, Piazza Azzarita 8. La palla a spicchi è una presenza universale, ce l'hai già in mano quando la vedi volare verso di

te